lunedì 25 gennaio 2010

SECONDA PARTE - QUARTA PUNTATA




Tinello Sacchetto Scarpa Russo Cervo Corazza Meloni Targa Mosca Merlo

Latte.
Il latte era bianco, fresco e innocente.
Gocce candide che si staccano dalla massa bianca di ciò che si chiama liquido.
Non sono mai riuscito a capire cosa spinga una goccia a diventare ciò che è...
Che cosa la spinge a decidere ad un certo istante che è ora di smettere di essere latte, per diventare una goccia di latte; la gravità certo ci mette del suo, ma dev'esserci un qualche istinto naturale nel voler diventare goccia.
Forse anche il latte ha bisogno di sentirsi unico.
E io che lo bevevo?
Io... sentivo una gran fame di ovvietà, avevo bisogno di sentirmi normale; come una goccia che volesse torare ad essere semplicemente latte; io in quei momento volevo essere uno qualunque.
Ma non lo ero.
Nessuno è uno qualunque, e io meno di tutti.
Quella mia situazione mi rendeva unico, in una situazione scomodo.
Pensieri,
Atimmi.
Pensieri degli attimi, se si suppone il tempo in grado di ragionare.

Ero lì dunque; cucina di casa mia io ed il latte.
Era arrivato il gran giorno.
Mentre sorseggiavo latte freddo mi specchiavo nel vetro della credenza di fronte a me.
Sullo sfondo, inconfondibile, il divano color crema che tanto mia madre aveva voluto.
Vi si era abbandonata sopra una figura tenue e dolce, che sopra quella crema sembrava come un biscotto di cacao.
Mirca.
Le avevo detto "scappiamo", dopo aver letto quella frase sul SACCHETTO-AIRBAG, e lei rapida forse più di me aveva cominciato a correre; non so bene se corresse per stare più tmpo vicino a me o se volesse fuggire da quel mondo fatto di elemosina e roulotte.
in qul momento lei era così: Un biscotto di cacao, sopra un divano crema.
Era mattina e, andando a stridere con la tensione che mi elettrizzava il cuore, gli uccelli là fuori cantavano, come se niente fosse.
Se ne sbattevano, loro, di questa mia tensione che mi arrovellava la mente.
Chi avrei dovuto incontrare?
"N.1 LA FORMULA. CASA TUA. DOMANI. SE VUOI TUA MADRE"
Chi era quel pazzo che mi stava rovinando la vita? Chi era...
Sorseggiai un altro po' di latte; le sue gocce mi lasciarono sulle labbra un piccolo orizzonte bianco, come quelli che si ammirano in alcune mattine nebbiose.
Mirca si era svegliata.
-E' arrivato?
Mi chiese. Erano poche le parole scambiate fino a quel momento, ma quelle furono le prime che rispecchiarono realmente il mio stato d'animo.
Aveva gli occhi ancora semichiusi, e, in quell'istante risonante di canti di uccelli, risultava veramente bella.
I capelli mossi.
Le labbra carnose.
La veste semiapert...
Stop!
Fu un attimo, un brivido, un secondo.
Avevano bussato.

I nervi, che non credevo di possedere fino a quell'attimo, si accorciarono così tanto nel mio corpo, che mi sentii in un attimo in un abbraccio di tensione.
Chi era?
Il battito del mio cuore era completamente impazzito; non credo fosse per paura, ma per una su volontà di darmi il ritmo; dovevo correre.
Dentro di me però provai a mantenere la calma e, facendo segno a Mirca di stare in silenzio, mi avvicinai la porta.
Chiave-Maniglia-Tirare...
Semplice, come al solito.
Fuori...fuori non c'era proprio nessuno.
La porta del mio appartamento dà su di un pianerottolo di piastrelle color paglia; mandando avanti lo sguardo si cede solo il vuoto lasciato dalle scale. Evidentemente volevano che io scendessi.
-Vieni andiamo Mirca.
Dopo un minuto circa ervamo già fuori.

-E' semplice.
Tamburellava, lo faceva in modo così preciso e definito che era quella la cosa più fastidiosa di quell'uomo.
Non so perchè ma quel suo battere le sue dita piccole e tonde sulla plastica nera mi rendeva nervoso.Non il suo aspetto, non il suo parlare, non quella situazione...solo quel tamburellare.
Ero nervoso e stanco di essere lì dentro; anche se erano passati solo cinque minuti dal mio ingresso in quell'auto grigia.
Subito, repentinamente eravamo stati presi; erano arrivati alle nostre spalle; io sentivo una pistola che mi accarezzava la schiena.
-Ora tu salirai con noi in macchina.
Mi ordinarono questo.
Non si potè discutere molto.
Mirca, lei non l'avevano fatta entrare, le avevano dato un colpo in testa e "dormiva" nel piccolo
giardino del mio condominio.
Io, solo, ero entrato, armato del latte che avevo bevuto, scortato da tre energumeni che odoravano di gorgonzola.
Seduto, nel sedile davanti, il signore che tamburellava, il mio Nemico.
-E' semplice Denis. Ci devi dire dove è stata messa la formula, e potrai avere ciò che vuoi.

Tamburellava.

Io, devo essere sincero, ancora oggi non capisco come mai fossi così tranquillo dentro a quella macchina.
Ero in trappola. Un uomo con i baffi e tre suoi aiutanti mi tenevano prigioniero, ed io sapevo già tutto nella mia mente.
Calmo, tranquillo.

Loro volevano la formula, io volevo una cosa sola.
L'avevo vista, appena salito, era appesa allo specchietto retrovisore.

-Denis. Dove hai messo la formula?
-La smetti per favore di fare quel rumore con le dita?
Lui si fermò, aveva occhiali scuri e un respiro affannoso. Era rimasto offeso.
Si rivolse a me in tono non più cordiale.
-La formula!
Dicendo questo fece un segno ai suoi compagni, che, come due automi mi bloccarono.
-Ok, ok...avrete la formula...eccola qui...
Parlavo con difficoltà, stritolato com'ero, ma anche da bloccato riuscivo ad indicare con lo sguardo la tasca dei mieie jeans.
-Prendetela. E' nella chiavetta. Però...
-Però cosa?
Il tipo baffuto era quasi sorpreso dalla mia calma.
-Voglio quella in cambio...
E indicai l'oggetto che tanto mi aveva affascinato dal momnto stesso in cui l'avevo visto.
-Questa? Mi avevano detto che eri un drogato...ma non credevo fossi così strano...Prendete la chiavetta!
In un secondo la chiave usb era già finita nelle mani del'uomo.
I suoi occhi si illuminarono anche dietro agli occhiali.
-Il tuo segreto è svanito Denis. Ora è il mio segreto. Non credevo sarebbe stato così facile...se ti vedesse tuo padre...
Rise. Poi continuando:
-Ah...dimenticavo. Tieni questa ragazzo...
Disse staccando l'oggetto dallo specchietto.
-...e voi accompagnatelo fuori. Addio Ragazzo.

Ero riuscito ad averla. Era l'unica cosa che mi interessava in quell'auto.

La strinsi tra le mani.
"Avevo trovato la parola numero due."
Non appena pensai a questo sentii il primo colpo in testa.
Il primo di una lunga serie.
I due energumeni mi stavano "accompagnando" a forza di pugni.
Al quinto colpo persi i sensi.
Caddi in un buoi nero.
Mi sarei risvegliato solamente dopo.
Con la mia seconda parola tra le mani.
ALLA PROSSIMA PUNTATA.

mercoledì 13 gennaio 2010

SECONDA PARTE - TERZA PUNTATA


TERZA PUNTATA


Tinello Sacchetto Scarpa Russo Cervo Corazza Meloni Targa Mosca Merlo

Così terminava la seconda puntata:

La prima delle Dieci Parole sotto i miei occhi.

-Si comincia...-

Sì...furono queste le prime parole che pensai quando...

...quando mi accorsi che chi mi seguiva sapeva già tutto di me.

Ero infuocato...

Quale parola migliore per descrivere il rosso che si depositò sulle mie guance quando vidi ciò che mi riservava l’incidente all’incrocio?

I vestiti sporchi, il mio odore, il fatto che fossi lì a fare l’elemosina... tutto ma proprio tutto passò in secondo piano in quel momento.

Ero accorso come tutti a vedere che non ci fossero stati dei feriti, e notai subito che una delle due macchine aveva proseguito la sua corsa dopo aver incocciato con l’altra fino a sbattere contro un muro su cui c’era ancora la scritta che diceva :”Baggio ai Mondiali”

Mi diressi subito,correndo, inconsciamente verso quell’auto, forse perché era quella delle due che era stata raggiunta da meno curiosi.

Rallentai la mia corsa, portando il peso del mio corpo in avanti.

Ero scoordinato, e appoggiai la mia mano ad una parte della lamiera accartocciata: il materiale più inanimato che io avessi mai sentito.

-Tutto apposto?-

Gridai. Sembrava che la mia voce ribalzasse nel vuoto.

-Mi sente? Si è fatto male?-

La risposta alla mia domanda fu un sibilo che venne dal motore.

Arrivò altra gente.

Tre persone: una di queste era Mirca: la mia compagna di elemosina.

Tutti a guardare quella macchina.

La macchina...parola grossa... Quello che avevo davanti ne costituiva solo un lontano ricordo.

Decisi di entrare.

Il finestrino dalla parte del guidatore era schiacciato contro la parete, così da impedire il passaggio e quindi provai ad entrare da destra.

La porta era dura da aprire, ma la curiosità mi diede quello sprint necessario a mettere a dura prova la sua resistenza, fino a quando...

Tac...

La porta si aprì.

Ciò che prima non potevo vedere, per l’impedimento datomi dal muro e dall’impenetrabilità dei vetri rotti, mi si offrì tutto nella sua inquietudine.

Io, unico spettatore di quello spettacolo, dedicato solo a me.

La macchina era vuota.

Vuota come l’aria che mi uscì dalla bocca nel tentativo di urlare.

Un mattone era perso sotto il sedile del guidatore, era stato messo per dare gas alla macchina e lanciarla in quell’incrocio maledetto.

Il vuoto mi soffocava.

Dopo tanto tempo, ancora oggi mi viene in mente la mancanza che percepivo in quella situazione.

Mancava un guidatore, mancava il mio coraggio per leggere quelle parole, mancava mia madre...mi mancava tanto.

Ma quelle parole... Scritte in rosso. Quelle non mancavano.

Furono proprio loro a farmi dire in modo rassegnato:

-Si comincia...-

Era un cominciare strano, ma pur sempre un inizio.

SACCHETTO.

La prima parola.

Eppure...Che cos’è un airbag se non un sacchetto d’aria?

Una volta scoperto mi sembrava ovvio e terrificante il collegamento.

Di fronte al volante si era gonfiata quella palla bianca che scatta non appena la macchina subisce un urto; e su quella palla, in rosso, erano scritte le parole:

N.1

LA FORMULA.

CASA TUA. DOMANI.

SE VUOI TUA MADRE.

Parole chiare, inequivocabili. Troppo grandi per la mia piccola paura. Mi appoggiai al cambio. Stavo per svenire.

Uscii dall’auto.

Si era formata una piccola folla nel frattempo lì fuori: skaters, uomini in giacca e cravatta, donne con la spesa in mano, uno spazzino...tutti mi guardavano, tutti volevano sapere se il guidatore era vivo o morto.

-Allora? Chiamiamo un’ambulanza.-

Io esitavo.

Ero come finito in quell’airbag.

Occhi, palpebre, pupille e retine mi schiacciavano stupite ed impazienti in una rete di sguardi.

-Non..non c’è nessuno. E’ uno scherzo, qualcuno si è divertito.-

Come al solito saltò fuori il business man di turno che incredulo disse:

-Eh impossibile...fa vedere ragazzo.-

Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso della mia voglia di rimanere.

Guardai Mirca che mi fissava con occhi scuri come un albero di notte.

La presi per un braccio.

-Scappiamo

BENVENUTI NELLO SPAZIO

Di nuovo quel cazzo di neon.

San Gimignano si oscura,e con lui anche la mia voglia di scrivere.

Appoggio la schiena, appoggio la penna, e fisso il tempo che mi scorre davanti.

Sacchetto era stata la prima parola,mi si era presentata nel modo più inaspettato, e se adesso penso a quante peripezie è riuscito a contenere quel sacchetto d’aria mi viene da ridere.

Dovrò raccontarle tutte.

Partendo da quel DOMANI che era stato scritto in modo così chiaro.

Quel giorno in cui vidi per la prima volta in faccia il mio vero nemico.

Quel giorno in cui perdetti per sempre la mia faccia.

Quel giorno in cui rischiai veramente di perdere la vita.

Ma questa storia, è lunga, e non mi va di scriverla adesso.

Adesso c’è solo il buio.

Il buio a S. Gimignano.

ALLA PROSSIMA PUNTATA


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