SECONDA PARTE - TERZA PUNTATA

TERZA PUNTATA
Tinello Sacchetto Scarpa Russo Cervo Corazza Meloni Targa Mosca Merlo
Così terminava la seconda puntata:
La prima delle Dieci Parole sotto i miei occhi.
-Si comincia...-
Sì...furono queste le prime parole che pensai quando...
...quando mi accorsi che chi mi seguiva sapeva già tutto di me.
Ero infuocato...
Quale parola migliore per descrivere il rosso che si depositò sulle mie guance quando vidi ciò che mi riservava l’incidente all’incrocio?
I vestiti sporchi, il mio odore, il fatto che fossi lì a fare l’elemosina... tutto ma proprio tutto passò in secondo piano in quel momento.
Ero accorso come tutti a vedere che non ci fossero stati dei feriti, e notai subito che una delle due macchine aveva proseguito la sua corsa dopo aver incocciato con l’altra fino a sbattere contro un muro su cui c’era ancora la scritta che diceva :”Baggio ai Mondiali”
Mi diressi subito,correndo, inconsciamente verso quell’auto, forse perché era quella delle due che era stata raggiunta da meno curiosi.
Rallentai la mia corsa, portando il peso del mio corpo in avanti.
Ero scoordinato, e appoggiai la mia mano ad una parte della lamiera accartocciata: il materiale più inanimato che io avessi mai sentito.
-Tutto apposto?-
Gridai. Sembrava che la mia voce ribalzasse nel vuoto.
-Mi sente? Si è fatto male?-
La risposta alla mia domanda fu un sibilo che venne dal motore.
Arrivò altra gente.
Tre persone: una di queste era Mirca: la mia compagna di elemosina.
Tutti a guardare quella macchina.
La macchina...parola grossa... Quello che avevo davanti ne costituiva solo un lontano ricordo.
Decisi di entrare.
Il finestrino dalla parte del guidatore era schiacciato contro la parete, così da impedire il passaggio e quindi provai ad entrare da destra.
La porta era dura da aprire, ma la curiosità mi diede quello sprint necessario a mettere a dura prova la sua resistenza, fino a quando...
Tac...
La porta si aprì.
Ciò che prima non potevo vedere, per l’impedimento datomi dal muro e dall’impenetrabilità dei vetri rotti, mi si offrì tutto nella sua inquietudine.
Io, unico spettatore di quello spettacolo, dedicato solo a me.
La macchina era vuota.
Vuota come l’aria che mi uscì dalla bocca nel tentativo di urlare.
Un mattone era perso sotto il sedile del guidatore, era stato messo per dare gas alla macchina e lanciarla in quell’incrocio maledetto.
Il vuoto mi soffocava.
Dopo tanto tempo, ancora oggi mi viene in mente la mancanza che percepivo in quella situazione.
Mancava un guidatore, mancava il mio coraggio per leggere quelle parole, mancava mia madre...mi mancava tanto.
Ma quelle parole... Scritte in rosso. Quelle non mancavano.
Furono proprio loro a farmi dire in modo rassegnato:
-Si comincia...-
Era un cominciare strano, ma pur sempre un inizio.
SACCHETTO.
La prima parola.
Eppure...Che cos’è un airbag se non un sacchetto d’aria?
Una volta scoperto mi sembrava ovvio e terrificante il collegamento.
Di fronte al volante si era gonfiata quella palla bianca che scatta non appena la macchina subisce un urto; e su quella palla, in rosso, erano scritte le parole:
N.1
LA FORMULA.
CASA TUA. DOMANI.
SE VUOI TUA MADRE.
Parole chiare, inequivocabili. Troppo grandi per la mia piccola paura. Mi appoggiai al cambio. Stavo per svenire.
Uscii dall’auto.
Si era formata una piccola folla nel frattempo lì fuori: skaters, uomini in giacca e cravatta, donne con la spesa in mano, uno spazzino...tutti mi guardavano, tutti volevano sapere se il guidatore era vivo o morto.
-Allora? Chiamiamo un’ambulanza.-
Io esitavo.
Ero come finito in quell’airbag.
Occhi, palpebre, pupille e retine mi schiacciavano stupite ed impazienti in una rete di sguardi.
-Non..non c’è nessuno. E’ uno scherzo, qualcuno si è divertito.-
Come al solito saltò fuori il business man di turno che incredulo disse:
-Eh impossibile...fa vedere ragazzo.-
Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso della mia voglia di rimanere.
Guardai Mirca che mi fissava con occhi scuri come un albero di notte.
La presi per un braccio.
-Scappiamo
BENVENUTI NELLO SPAZIO
Di nuovo quel cazzo di neon.
San Gimignano si oscura,e con lui anche la mia voglia di scrivere.
Appoggio la schiena, appoggio la penna, e fisso il tempo che mi scorre davanti.
Sacchetto era stata la prima parola,mi si era presentata nel modo più inaspettato, e se adesso penso a quante peripezie è riuscito a contenere quel sacchetto d’aria mi viene da ridere.
Dovrò raccontarle tutte.
Partendo da quel DOMANI che era stato scritto in modo così chiaro.
Quel giorno in cui vidi per la prima volta in faccia il mio vero nemico.
Quel giorno in cui perdetti per sempre la mia faccia.
Quel giorno in cui rischiai veramente di perdere la vita.
Ma questa storia, è lunga, e non mi va di scriverla adesso.
Adesso c’è solo il buio.
Il buio a S. Gimignano.
ALLA PROSSIMA PUNTATA
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