domenica 18 luglio 2010

SECONDA PARTE-OTTAVA PUNTATA

Tinello Sacchetto Scarpa Russo Cervo

Corazza Meloni Targa Mosca Merlo





PUNTATA VIII

S. Gimignano.

È giunta l’ora.

Qui i panifici hanno già aperto e rilasciano nell’aria una coperta gialla profumante di forno. Mi avvio lentamente verso il futuro che mi aspetta e l’umidità frizzante dell’aria mi fa sentire rilassato, anche se rilassato non dovrei esserlo.

Un ragazzo, vestito di bianco è uscito poco fa da uno di questi forni e si è messo a cantare:

-La lontananza sai è come il vento...

È alto, ha un bel fisico e con una mano sul fianco sembra chiedersi se questa mattina gli regalerà qualcosa di diverso dalle altre.

Fuma la sua sigaretta e respira l’aria fresca del mattino.

Ha la pelle bianca, color farina, e i suoi occhi devono aver dormito poco...sicuramente più di me.

Come potevo dormire ora che sono giunto alla fine del mio percorso.

Ho le gambe pesanti, gli occhi pesanti, il cuore ed il fiato pesanti; tutte le parti di me sono dolenti per il peso che si portano dietro ed hanno voglia di leggerezza.

So che devo entrare nel palazzo ducale.

Ennesima tappa del mio viaggio cominciato in modo incredibile, e che ora, si sta sviluppando nel più inaspettato dei modi.

So quali sono le porte che devo oltrepassare, so quali scalini calpestare, so cosa andare a cercare.

So tutto ormai, ma non so cosa troverò scritto là in alto.

Mi sento esattamente come quel ragazzo fornaio:

-Cosa mi regalerà questa mattina?

La mia situazione però non è così semplice.

Certo è tutto più chiaro di quando ero là catapultato nella metropoli di Londra; ho capito a grandi linee chi mi sta dando la caccia, ma la mia è solo una vana consolazione, perché non so come trovare questa persona.

Vedo entrare alcuni impiegati nel Palazzo Ducale, segno che manca poco.

Passeggio e tiro calci a qualche sasso e mi viene da sorridere nel pensare che adesso sono io a dover TROVARE il mio nemico. Fino ad ora era stato sempre lui a cercarmi e io a temerlo; ora, so che devo trovarlo e lui non lo sa.

Lo so sembrerà strano, ma tutto si è fatto chiaro nella mia mente quando ho letto quelle parole in un pub di Londra con il professor Tringi.

Il locale era nebbioso, non tanto perché qualcuno stesse fumando dentro, ma più che altro per i vetri sporchi che davano su una delle migliaia di stradine Londinesi che collegano la Torre di Londra al centro città.

Indian Pub

Non c’era alcuna insegna luminosa, ma solo una quadrato in legno che sovrastava un portone verde.

Da distante sembrava che l’insegna potesse essere decorata a macchie bianche,ma poi man mano che la vista acquistava fiducia si poteva notare benissimo che le macchie bianche erano cacche di uccello.

Entrai dopo il professore.

Il pavimento scricchiolava sotto i nostri corpi, e quel suono parve essere come una specie di campanello di avviso per il gestore che alzò lo sguardo, ci squadrò e disse:

-Hi.

Il professor Tringi sembrava a casa sua.

Ora che era fuori dalla Torre di Londra, potei osservarlo con più attenzione: aveva i pantaloni a quadri –Brutti- che gli arrivavano sopra l’ombelico e scendevano a malapena al malleolo; portava un orologio da taschino e i suoi occhi erano grigi come i suoi capelli.

Cosa però da non trascurare: possedeva un largo sorriso che mostrava spesso e trasmetteva calore.

-Dimmi Denis, cosa ci fai qui a Londra?-

-Turista. E lei Professore?-

-Ah ma non chiamarmi professore. Io sono Ludovico.

-Va bene...

-Beh ecco, io non sono un turista vero e proprio...

Parlavamo sereni mentre ci accomodavamo ad uno dei piccoli tavolini che costellavano il locale Indian Pub.

-Io... sto cercando una persona...

-Ma dai? Voglio dire...bello...e chi è?

Mi sistemai e ascoltai meglio il professore.

-Io.

-Come?

-Me stesso.

La conversazione cominciava a farsi interessante. Ordinarono un paio di birre rosse, e continuarono a parlare del Professore e della sua strana ricerca.

Venne fuori che lui era un vero e proprio genio. Laureato alla Normale di Pisa con il massimo dei voti in Archeologia.

Aveva poi finito per studiare tutta la vita: Matematica, astronomia, chimica e tutto ciò che poteva studiare lo metteva in testa...fino a quando... la birra finì e fu necessario ordinarne un’altra.

Interrompemmo la conversazione per qualche secondo.

Mi piaceva la compagnia del Professore, mi faceva sentire al sicuro con la sua dotta ingenuità.

Sembrava però che senza la birra davanti non potessero parlare e stettero in un silenzio quasi malinconico.

Allora mi guardai attorno, incrociai le braccia dietro alla nuca e mi dondolai con la sedia che sembrava non tenere il mio peso: il locale era semivuoto.

Alcune tazze bianche erano appoggiate nel tavolo di fronte a loro, dietro quel tavolo una panca in legno consumato, un piccolo quadro e poi...il suo sguardo viaggiava, fino a quando non vide una stampa che raffigurava ciò che sembrava essere un vecchio pellerossa.

-LAME...DEER?

Dissi quasi sovra pensiero leggendo il nome dello strano personaggio.

Il professore a quelle parole si destò come di scatto, sembrava fosse stato punto da un ago.

-Dove?

Chiese concitatamente.

Io non capivo il perché di tutta quella agitazione.

-Là. Dietro di lei Professore.

- Ludovico.

-Là dietro Ludovico.

Il professore si girò e quando notò la stampa, sorrise quasi come avesse visto la foto di suo nonno.

Poi lentamente tornò a guardare me, scuotendo la testa con un piccolo sorriso sconsolato.

-Eh... Denis...Quello lì è stato un grande.

-Ah si? E chi era? Mi scuso per l’ignoranza.

Arrivarono altre due birre.

Le portò il gestore, che avendo notato il nostro interesse per la stampa si rivolse e me mostrando i denti sporchi che navigavano in un sorriso sincero:

-Oh boy...Lame Deer is the best.

Io sorrisi di rimando.

Poi che se ne fu andato tra lo scricchiolio del pavimento Tringi continuò:

-Lame Deer, è stato un grande capo indiano, Sioux per la precisione, il quale con la sua saggezza ha saputo mettere a nudo le contraddizioni della nostra società.

-Non conosco bene la storia degli indiani d’America, ma creso sia interessante.

-Eh si Denis, Cervo Zoppo è la dimostrazione di quanto la nostra società sia stata malvagia. L’occidente ha falciato molte vite, molte culture e quella...

-Mi scusi.

Interruppi il professore anche in modo maleducato.

-Mi scusi...ma ha detto Cervo Zoppo?

-Certo. Cervo Zoppo è la traduzione Italiana di Lame Deer. Ed è il nome del capo Sioux.

Vidi una goccia scendere dal bicchiere della birra gelata.

Con la stessa velocità con la quale scendeva la goccia, mi saliva un brivido lungo la schiena:

Cervo Zoppo.

Cervo è una delle dieci parole.

Incredibile...era tutto designato, ero in mezzo ad una ragnatela.

-Cosa c’è ragazzo? Ho detto qualcosa che non va?

-No si figuri Pro...Ludovico, non c’è niente.

Parlai muovendomi per non far vedere il mio imbarazzo.

-Ma piuttosto, vorrei sapere qualcosa di più su Cervo Zoppo.

Tringi illuminò i suoi occhi.

-Beh guarda. Che bella domanda che mi hai fatto.

Spostò il bicchiere di birra, si mise in posa ed intonò, come un bambino che recita la poesia a memoria queste parole:

“Prima dell'arrivo dei nostri fratelli bianchi, e del loro tentativo di trasformarci in uomini civilizzati, noi indiani non avevamo prigioni.

E di conseguenza non avevamo nemmeno delinquenti: senza prigioni non possono esserci delinquenti.

Non avevamo serrature o chiavi: quindi non c'erano ladri.

Se qualcuno diventava così povero da non avere un cavallo, una tenda o una coperta, gli venivano dati in dono.

Eravamo così incivili da non dare valore alla proprietà privata.

Desideravamo possedere cose solo per poterle donare.

Non conoscevamo nessun tipo di denaro, così non usavamo la ricchezza come parametro per calcolare il valore di una persona.

Non avevamo leggi scritte, né avvocati, né politici, così non ci potevamo imbrogliare l'uno con l'altro.”

Il brivido di prima lungo la mia schiena divenne ghiaccio che si conficcava nella mia testa.

Quelle parole, le avevo già sentite.

Le avevo già lette.

Mi attaccai allo schienale della sedia per non saltare in aria dall’emozione.

- Prima dell'arrivo dei bianchi eravamo proprio conciati male e non riesco a capire come

potevamo cavarcela senza tutte quelle cose fondamentali che, come ci dicono, sono alla base di una società civile.”-

Involontariamente finii la frase di Cervo Zoppo.

-La conosci allora? Bravo Denis.

Nuotai nella mia memoria.

Mi venne in mente un armadio vecchio, in camera di mio padre e di mia madre, ed una pallina di gomma.

-Professore. Lei quando deve tornare in Italia?

ALLA PROSSIMA PUNTATA

mercoledì 26 maggio 2010

SECONDA PARTE-SETTIMA PUNTATA


PUNTATA VII

Tinello Sacchetto Scarpa Russo Cervo

Corazza Meloni Targa Mosca Merlo

Il modo infinito.

Il modo infinito di un verbo. In fin dei conti rappresenta l’azione vera e propria distaccata da qualsiasi luogo, da qualsiasi tempo... è l’azione senza caratterizzazione: senza dove, senza quando.

Ma perché si chiama infinito? Perché è un modo che racchiude tutti i tipi e le modalità di quel verbo, o perché non è finito? Per esempio, il verbo “mangiare”, è all’infinito perché ha con sé tutte le possibilità del mangiare, o perché non è finito...ovvero non sappiamo cosa si mangia, quando si mangia e dove si mangia?

Qualunque cosa sia il verbo all’infinito, io appena sceso da quell’aereo, ero come un verbo all’infinito. Potevo essere qualunque persona in quell’istante: un fuggiasco, un cercatore, un deluso, un timoroso, un turista, uno sfigato o semplicemente un piccolo eroe di me stesso. Ma allo stesso modo ero all’infinito perché con me non avevo il mio complemento: non ero finito.

Non avevo Mirca, non avevo mia madre, non avevo mio padre, ma soprattutto non avevo un piano. Avevo solamente un indirizzo.

A Gatwick appena arrivato ero come un verbo all’infinito, e volendo essere precisi, ero un verbo ben preciso:

EVAPORARE

Tutte le mie certezze, tutta la mia famiglia, tutto il mio essere ragazzo era evaporato velocemente nella mia storia. Era evaporata come uno sbuffo Mirca, portata via da Marta...era evaporato tutto, anche la mia patria: l’Italia se n’era andata schiacciata dal decollo del mio aereo, ed ora come una nebbia densa e pesante mi abbracciava la fredda Inghilterra.

Londra.

Visi bianchi e rossi, piedi veloci, e una sensazione di storia titanica tutto intorno a te, quella strana aria di altezzosità che sinuosa si siede accanto a te e ti fa sentire più piccolo.

Come facevo io a sfidare quella nebbia senza il più semplice degli aiuti: la lingua?

Io l’Inglese lo conoscevo, e lo conosco anche adesso a San Gimignano, solo in minima parte...solo per pronunciare poche parole come Manchester United o Arsenal.

Fu comunque facile tra qualche “yes, yes” e qualche decina di Italiani incontrati qua e là capire che il mio indirizzo non poteva portare altro che alla torre di Londra.

Fu uno studente con i capelli lunghi e sporchissimi che veniva dalla toscana che mi indicò la via migliore per arrivare alla Torre.

-Prendi la gialla...fidati, fino a Tower Hill...lo vedi? Scritto col vu doppio.

-Ah...trovato, grazie.

Incredibile, le informazioni mi arrivavano da sole, senza che io mi muovessi; avevo capito in modo inequivocabile che cosa fosse una metropoli.

Era un intricato gomitolo di vite che, incrociandosi, davano vita ad un sapere globale immenso. Una cosa era certa: la gente non riusciva a stare ferma e questo lo si vedeva chiaramente e lo si sentiva in modo nitido: sentivo passi, il cigolio di trolley, gente che chiedeva permesso e il fischiare dei freni dei treni. Tutto era in movimento e io non potevo non muovermi.

Credo che fosse per quel motivo che venne ad aiutarmi il Toscano, sembrava quasi che volesse non vedermi fermo, quasi invidioso del mio essere spaesato in un posto che non permette dubbi.

La linea gialla della metropolitana. Il suo silenzio. Ed è strano parlare di silenzio nella metropolitana londinese così ricca di frastuono, eppure in quel rumore assordante le persone non si parlano, non si guardano, non si annusano. Ognuno nel suo metro quadrato intoccabile, ognuno nella sua goccia di solitudine ritagliata in mezzo ad un oceano di persone.

Fu in quel trenino, fu in quei minuti che mi separavano dalla torre di Londra che toccai il punto più triste della mia storia.

Me ne stavo appoggiato ad un finestrino della metro quando mi venne in mente chiara e nitida l’immagine di Mirca trasportata via da Marta all’aeroporto con i miei occhi puntati su di lei senza poter far niente, e come chi dopo aver sognato una cosa fantastica non appena sveglio fa di tutto per ricordarsela, io tentavo di togliere dalla mia mente il rapimento della mia Mirca, per fare spazio di novo alle scene di me e lei che ci amavamo sul divano di casa.

“Chissà cosa le staranno facendo...chissà se io, all’interno di questo maledetto disegno, adesso sono qui in Inghilterra proprio per non essere lì con lei”

Piangevo lacrime oscurate. Come potevo non farlo ripensando alla sua innocenza e alla sua bellezz...

“THE NEXT STATION IS TOWER HILL”

“MIND THE GAP”

Mi ripresi, anzi fui obbligato a riprendermi e mi diressi verso uno dei più importanti monumenti Inglesi: la Torre di Londra.

Capii subito il perché dell’indirizzo.

Il perché era insito in quel mio vizio ormai divenuto parte di me:il ripetere ossessivamente le dieci parole, continuamente, nella mia testa.

Giravano, volteggiavano come un’altalena che si muove avanti e indietro.., e così io mi spostavo dalla mia prima parola all’ultima.

Feci così anche alla torre di Londra:

Tinello

Sacchetto

Scarpa

Corazza....

Era stampato su un cartellone colorato di fronte ai miei occhi.

Henry VIII.

La torre conteneva una delle corazze più famose al mondo: la corazza di Enrico VIII.

Partendo dal presupposto che io non sapevo minimamente chi fosse Enrico VIII, pensai comunque di trovare un nesso logico importante tra il mio indirizzo e quella Corazza.

Era la terza parola.

Era il mio terzo indizio.

La corazza nella torre non poteva non essere la corazza che cercavo.

Da quel momento in poi dovevo alzare le antenne poteva accadermi di tutto.

La coda per i biglietti per entrare nella torre era tanto lunga quanto veloce, in un quarto d’ora entrai.

La corazza, in una teca, era immensa e sembrava dovesse contenere un cinghiale al posto di un uomo vero; devo ammettere che non prestai molta attenzione a lei, ma subito mi misi a guardare se attorno a me ci fosse qualche indizio, qualche giochetto del mio nemico.

Guardavo che non vi fosse qualcosa attaccato ai muri, nelle targhette delle teche, nei manifesti...non trovai niente in un primo momento, quindi pensai che fosse molto meglio starsene buoni e ammirare la corazza.

Passavano i socondi e con loro portavano a manina anche i minuti, e i dubbi cominciavano ad assalirmi.

“E se non fosse questa la strada giusta?

Poi però:

-Enrico VIII dentro quella corazza, non poteva non desiderare Anna Bolena che...

Nella sala che custodiva l’immensa corazza si sentiva una voce sussurrata di un Italiano, doveva essere vicino a me, ma non capivo chi fosse la fonte di tanto parlare.

-La chiesa Anglicana poi, nacque...proprio per...

Parlava a ritmo lento, come parla chi è intento a scrivere qualcosa.

Ma dov’era? In mezzo a tutta quella gente non riuscivo ad identificarlo.

Dietro di me. Lo trovai finalmente.

Era un uomo alto di statura ma basso per la sua gobba.

Sembrava una lumaca, forse perché era glabro in viso e spalmato di qualche strana crema.

Quando vide che mi ero voltato a guardarlo, si mise bene gli occhiali e disse:

-Hello, do you need something?

-Italiano- risposi.

- Oh … lo sapevo. Non hai la faccia british. Sono tutti dei musoni qui. Hai visto che bestia il nostro Enrico?

E fu un attimo.

Senza che io potessi solo minimamente interromperlo, lui cominciò a raccontarmi di come Enrico VIII fosse possente fisicamente, di come ottenne il matrimonio con Anna Bolena, di come poi la uccise...e via così.

Finì il suo monologo dicendo:

-E naturalmente io sono il Professor Tringi. Tu chi sei?

Mi fissava attraverso i suoi occhiali quadrati, e non capivo se stesse sorridendomi o se semplicemente quella era la sua smorfia per vedermi meglio.

-Io sono Denis.

-Bene Denis, io direi di uscire da qui. Non c’è altro di interessante da vedere.

Fu probabilmente quella frase, quel suo chiedermi di uscire, che diede una svolta epocale alla mia storia.

Ci sono eventi che cambiano radicalmente tutto, come se intervenissero più potenti di un diga a fermare e a deviare il fluire normale dei fatti.

Quella sua frase è stato uno di quegli eventi,

Se lui non avesse detto così, se io non lo avessi seguito, se io non lo avessi sentito ripetere ancora che Enrico VIII era così e colà, se io non avessi accettato il suo successivo invito di andare con lui a bere qualcosa...ecco se io non avessi fatto tutte queste cose ora, non sarei qui a S. Gimignano e ora non avrei in mente quelle certezze che prima mi mancavano così tanto.

-Bene Denis, io direi che possiamo uscire da qui.

La frase che cambiò tutto.

ALLA PROSSIMA PUNTATA


Lettori fissi