SECONDA PARTE-OTTAVA PUNTATA
Tinello Sacchetto Scarpa Russo Cervo
Corazza Meloni Targa Mosca Merlo

PUNTATA VIII
S. Gimignano.
È giunta l’ora.
Qui i panifici hanno già aperto e rilasciano nell’aria una coperta gialla profumante di forno. Mi avvio lentamente verso il futuro che mi aspetta e l’umidità frizzante dell’aria mi fa sentire rilassato, anche se rilassato non dovrei esserlo.
Un ragazzo, vestito di bianco è uscito poco fa da uno di questi forni e si è messo a cantare:
-La lontananza sai è come il vento...
È alto, ha un bel fisico e con una mano sul fianco sembra chiedersi se questa mattina gli regalerà qualcosa di diverso dalle altre.
Fuma la sua sigaretta e respira l’aria fresca del mattino.
Ha la pelle bianca, color farina, e i suoi occhi devono aver dormito poco...sicuramente più di me.
Come potevo dormire ora che sono giunto alla fine del mio percorso.
Ho le gambe pesanti, gli occhi pesanti, il cuore ed il fiato pesanti; tutte le parti di me sono dolenti per il peso che si portano dietro ed hanno voglia di leggerezza.
So che devo entrare nel palazzo ducale.
Ennesima tappa del mio viaggio cominciato in modo incredibile, e che ora, si sta sviluppando nel più inaspettato dei modi.
So quali sono le porte che devo oltrepassare, so quali scalini calpestare, so cosa andare a cercare.
So tutto ormai, ma non so cosa troverò scritto là in alto.
Mi sento esattamente come quel ragazzo fornaio:
-Cosa mi regalerà questa mattina?
La mia situazione però non è così semplice.
Certo è tutto più chiaro di quando ero là catapultato nella metropoli di Londra; ho capito a grandi linee chi mi sta dando la caccia, ma la mia è solo una vana consolazione, perché non so come trovare questa persona.
Vedo entrare alcuni impiegati nel Palazzo Ducale, segno che manca poco.
Passeggio e tiro calci a qualche sasso e mi viene da sorridere nel pensare che adesso sono io a dover TROVARE il mio nemico. Fino ad ora era stato sempre lui a cercarmi e io a temerlo; ora, so che devo trovarlo e lui non lo sa.
Lo so sembrerà strano, ma tutto si è fatto chiaro nella mia mente quando ho letto quelle parole in un pub di Londra con il professor Tringi.
Il locale era nebbioso, non tanto perché qualcuno stesse fumando dentro, ma più che altro per i vetri sporchi che davano su una delle migliaia di stradine Londinesi che collegano la Torre di Londra al centro città.
Indian Pub
Non c’era alcuna insegna luminosa, ma solo una quadrato in legno che sovrastava un portone verde.
Da distante sembrava che l’insegna potesse essere decorata a macchie bianche,ma poi man mano che la vista acquistava fiducia si poteva notare benissimo che le macchie bianche erano cacche di uccello.
Entrai dopo il professore.
Il pavimento scricchiolava sotto i nostri corpi, e quel suono parve essere come una specie di campanello di avviso per il gestore che alzò lo sguardo, ci squadrò e disse:
-Hi.
Il professor Tringi sembrava a casa sua.
Ora che era fuori dalla Torre di Londra, potei osservarlo con più attenzione: aveva i pantaloni a quadri –Brutti- che gli arrivavano sopra l’ombelico e scendevano a malapena al malleolo; portava un orologio da taschino e i suoi occhi erano grigi come i suoi capelli.
Cosa però da non trascurare: possedeva un largo sorriso che mostrava spesso e trasmetteva calore.
-Dimmi Denis, cosa ci fai qui a Londra?-
-Turista. E lei Professore?-
-Ah ma non chiamarmi professore. Io sono Ludovico.
-Va bene...
-Beh ecco, io non sono un turista vero e proprio...
Parlavamo sereni mentre ci accomodavamo ad uno dei piccoli tavolini che costellavano il locale Indian Pub.
-Io... sto cercando una persona...
-Ma dai? Voglio dire...bello...e chi è?
Mi sistemai e ascoltai meglio il professore.
-Io.
-Come?
-Me stesso.
La conversazione cominciava a farsi interessante. Ordinarono un paio di birre rosse, e continuarono a parlare del Professore e della sua strana ricerca.
Venne fuori che lui era un vero e proprio genio. Laureato alla Normale di Pisa con il massimo dei voti in Archeologia.
Aveva poi finito per studiare tutta la vita: Matematica, astronomia, chimica e tutto ciò che poteva studiare lo metteva in testa...fino a quando... la birra finì e fu necessario ordinarne un’altra.
Interrompemmo la conversazione per qualche secondo.
Mi piaceva la compagnia del Professore, mi faceva sentire al sicuro con la sua dotta ingenuità.
Sembrava però che senza la birra davanti non potessero parlare e stettero in un silenzio quasi malinconico.
Allora mi guardai attorno, incrociai le braccia dietro alla nuca e mi dondolai con la sedia che sembrava non tenere il mio peso: il locale era semivuoto.
Alcune tazze bianche erano appoggiate nel tavolo di fronte a loro, dietro quel tavolo una panca in legno consumato, un piccolo quadro e poi...il suo sguardo viaggiava, fino a quando non vide una stampa che raffigurava ciò che sembrava essere un vecchio pellerossa.
-LAME...DEER?
Dissi quasi sovra pensiero leggendo il nome dello strano personaggio.
Il professore a quelle parole si destò come di scatto, sembrava fosse stato punto da un ago.
-Dove?
Chiese concitatamente.
Io non capivo il perché di tutta quella agitazione.
-Là. Dietro di lei Professore.
- Ludovico.
-Là dietro Ludovico.
Il professore si girò e quando notò la stampa, sorrise quasi come avesse visto la foto di suo nonno.
Poi lentamente tornò a guardare me, scuotendo la testa con un piccolo sorriso sconsolato.
-Eh... Denis...Quello lì è stato un grande.
-Ah si? E chi era? Mi scuso per l’ignoranza.
Arrivarono altre due birre.
Le portò il gestore, che avendo notato il nostro interesse per la stampa si rivolse e me mostrando i denti sporchi che navigavano in un sorriso sincero:
-Oh boy...Lame Deer is the best.
Io sorrisi di rimando.
Poi che se ne fu andato tra lo scricchiolio del pavimento Tringi continuò:
-Lame Deer, è stato un grande capo indiano, Sioux per la precisione, il quale con la sua saggezza ha saputo mettere a nudo le contraddizioni della nostra società.
-Non conosco bene la storia degli indiani d’America, ma creso sia interessante.
-Eh si Denis, Cervo Zoppo è la dimostrazione di quanto la nostra società sia stata malvagia. L’occidente ha falciato molte vite, molte culture e quella...
-Mi scusi.
Interruppi il professore anche in modo maleducato.
-Mi scusi...ma ha detto Cervo Zoppo?
-Certo. Cervo Zoppo è la traduzione Italiana di Lame Deer. Ed è il nome del capo Sioux.
Vidi una goccia scendere dal bicchiere della birra gelata.
Con la stessa velocità con la quale scendeva la goccia, mi saliva un brivido lungo la schiena:
Cervo Zoppo.
Cervo è una delle dieci parole.
Incredibile...era tutto designato, ero in mezzo ad una ragnatela.
-Cosa c’è ragazzo? Ho detto qualcosa che non va?
-No si figuri Pro...Ludovico, non c’è niente.
Parlai muovendomi per non far vedere il mio imbarazzo.
-Ma piuttosto, vorrei sapere qualcosa di più su Cervo Zoppo.
Tringi illuminò i suoi occhi.
-Beh guarda. Che bella domanda che mi hai fatto.
Spostò il bicchiere di birra, si mise in posa ed intonò, come un bambino che recita la poesia a memoria queste parole:
“Prima dell'arrivo dei nostri fratelli bianchi, e del loro tentativo di trasformarci in uomini civilizzati, noi indiani non avevamo prigioni.
E di conseguenza non avevamo nemmeno delinquenti: senza prigioni non possono esserci delinquenti.
Non avevamo serrature o chiavi: quindi non c'erano ladri.
Se qualcuno diventava così povero da non avere un cavallo, una tenda o una coperta, gli venivano dati in dono.
Eravamo così incivili da non dare valore alla proprietà privata.
Desideravamo possedere cose solo per poterle donare.
Non conoscevamo nessun tipo di denaro, così non usavamo la ricchezza come parametro per calcolare il valore di una persona.
Non avevamo leggi scritte, né avvocati, né politici, così non ci potevamo imbrogliare l'uno con l'altro.”
Il brivido di prima lungo la mia schiena divenne ghiaccio che si conficcava nella mia testa.
Quelle parole, le avevo già sentite.
Le avevo già lette.
Mi attaccai allo schienale della sedia per non saltare in aria dall’emozione.
- Prima dell'arrivo dei bianchi eravamo proprio conciati male e non riesco a capire come
potevamo cavarcela senza tutte quelle cose fondamentali che, come ci dicono, sono alla base di una società civile.”-
Involontariamente finii la frase di Cervo Zoppo.
-La conosci allora? Bravo Denis.
Nuotai nella mia memoria.
Mi venne in mente un armadio vecchio, in camera di mio padre e di mia madre, ed una pallina di gomma.
-Professore. Lei quando deve tornare in Italia?
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